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La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

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Borgo Merlassino
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La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

La storia del recupero e della trasformazione del Borgo Merlassino comincia dai nomi: fienile, stalla, porcilaia, pollaio, deposito, cisterna, letamaia, aia, tettoia, residenza agricola.

Questi sono gli spazi e le funzioni presenti in questo complesso agricolo. Tutti abbandonati, tutti dismessi, in avanzato stato di degrado. Alcuni completamente invisibili perché interrati o ricoperti dalla vegetazione.

Fase 1 – Fare spazio

Il primo approccio progettuale ha riguardato la necessità di riconoscere le potenzialità del luogo, di leggere tra le preesistenze i valori e i punti di vista migliori. Al fine di recuperare un chiaro rapporto con il paesaggio si è subito provveduto alla demolizione di una vecchia stalla esterna totalmente priva di valore architettonico. Il ritrovato rapporto con le visuali profonde verso il bosco, la valle e i vigneti ha immediatamente conferito nuova vita al borgo.

Fase 2 – Fare chiarezza: lo spazio tra le cose

È stato subito chiaro che l’intervento decisivo per riscoprire il luogo non fossero tanto gli edifici, quanto il carattere e la qualità dello spazio tra essi, che peraltro è uno dei punti di maggior attenzione dell’attività dello studio.

Una nuova definizione delle quote altimetriche, dei singoli spazi di pertinenza rispetto alle funzioni insediate e infine la progettazione di vere e proprie tipologia di spazi aperti - quali i gradoni, il porticato, il prato e l’aia - ha consentito di mettere in relazione con una nuova logica tutti i volumi preesistenti.

Ne è nata una nuova configurazione a borgo, da cui il nome, ricco di spazi aperti eterogenei e fruibili per varie attività.

Fase 3 – La scoperta: la progettazione in itinere

Questo lavoro non è nato tramite scelte precostituite e preformate, ma, al contrario, è l’esito di una progettazione in itinere durante il cantiere. Mano a mano che l’impresa metteva mano ai singoli manufatti o a singole porzioni di spazi aperti, improvvise e inaspettate scoperte hanno reindirizzato le scelte di impianto e di trasformazione.

Il volume della vecchia cisterna dell’acqua era interrato nella collina prospicente l’aia e quindi invisibile. Il suo ritrovamento ha originato un nuovo spazio aperto sul retro del corpo principale, che oggi è diventato il cortile del laboratorio della scuola steineriana oggi insediata.

La scoperta infine che il volume principale fosse costruito con la vecchia tecnica del pisè (tecnica costruttiva antica che prevede l’uso della terra costipata come struttura portante) ha indirizzato la scelta di voler mettere in risalto, dove possibile, tale caratteristica. Non è stata solo una scelta di testimonianza di un'antica tecnica costruttiva, ma soprattutto un’affermazione del valore estetico schiettamente contemporaneo della sua trama materica. Così le texture più belle di quelle superfici sono state incorniciate da bordature di intonaco come fossero quadri preziosi.

Il processo non è ancora terminato. Alcune porzioni, tra cui il vecchio fienile e la stalla (oggi sala conferenze estiva e deposito/archivio), sono destinate a cambiare forma e carattere in futuro attraverso un loro pieno recupero edilizio e funzionale.

Fase 4 – Le aggiunte, le tecniche costruttive, il colore

Nel processo di recupero è emersa in modo chiaro la necessità di prendere posizione sul rapporto che il nuovo dovesse intraprendere nei confronti delle preesistenze. Non trattandosi di architettura monumentale, per la quale normalmente ci si riferisce alle correnti teorie del restauro, il problema del rapporto tra mimetismo e superfetazione e tra tecniche costruttive tradizionale e quelle contemporanee si è posto con forza.

In luogo di un dogmatico e omnicomprensivo orientamento teorico si è valutato caso per caso, situazione per situazione, nella convinzione che la contaminazione e la contraddizione fossero una parte strutturante dell’identità del luogo. Tale identità si è formata nel tempo, per mani di generazioni di persone diverse e per rispondere a necessità sempre variate, e, nel tempo, ha trovato la giusta misura e la giusta naturalezza del rapporto con il suo paesaggio di riferimento.

Il senso del tempo, la misura, l’equilibrismo tra vecchio e nuovo è quindi il vero tema del progetto. O meglio, del processo di trasformazione, che oggi, per mano dei nuovi proprietari, continua.

Le integrazioni volumetriche proposte, necessarie per l’ampliamento delle funzioni e per il ripensamento del sistema distributivo, in alcuni casi, attraverso un deciso contrasto materico - come per i nuovi solai in ferro a losanghe - si manifestano con piena evidenza arricchendo il repertorio di soluzioni architettoniche e formali, in altri casi -come per le nuove aperture nella porcilaia - si integrano con naturalezza nella struttura preesistente.

Le ricostruzioni invece - per esempio quelle dei tetti -  sono il frutto di una libera interpretazione delle tecniche tradizionali, che vengono reinventate a partire dagli elementi costruttivi trovati sul luogo. Lo scarto tra continuità materica e nuova soluzione costruttiva rinnova e adegua il linguaggio architettonico senza elementi di discontinuità.

L’uso del colore come elemento di caratterizzazione architettonica, così caro alla tradizione di origine ligure che in questi luoghi esercita ancora oggi la sua influenza nonostante la diversa appartenenza amministrativa (Novi ligure è in Piemonte), è anch’esso utilizzato come strumento di progetto. Colori decisi, in alcuni casi anche inusuali, per esempio il marrone che incornicia la terra cruda delle facciate, e variazioni cromatiche di valore decorativo, le losanghe del solaio principale, costituiscono un ulteriore piano di lettura del rapporto tra nuovo e vecchio.

Fase 6 – le funzioni e le installazioni artistiche

Borgo Merlassino oggi ospita un mix funzionale inedito nella sua storia. Alla funzione agricola (rimessaggio mezzi di produzione) si affiancano nuove attività, quali: l’ospitalità con appartamenti e stanze in affitto con la formula bed & breakfast (porzione nuova del corpo principale), la residenza stanziale per il personale dell’azienda agricola (porzione vecchia del corpo principale + ex porcilaia), gli uffici della Fondazione La Raia (porzione nuova del corpo principale), uno spazio conferenze estive (ex fienile), un deposito/archivio (ex stalla), i laboratori della scuola steineriana (ex cisterna), una sala di lettura (ex pollaio), e infine un laboratorio produzione marmellate (ex deposito).

Tale eterogeneità di funzioni, che corrispondono alle variegate attività della stessa Azienda Agricola, garantisce una nuova vera vita al Borgo, che, come una volta, ritorna ad essere un luogo speciale non tanto per la bellezza di qualche singolo manufatto, ma per la sua serena e magica atmosfera.

Atmosfera che recentemente ha catturato l’attenzione dell’artista coreana Koo, la quale, invitata dalla Fondazione La Raia a realizzare un’opera d’arte in un luogo qualsiasi all’interno della loro vasta tenuta, ha individuato proprio nel Borgo la scenografia ideale per la realizzazione del suo invisibile affresco murale: una figura stilizzata realizzata con vernice fluorescente che si carica con la luce del sole e che, di notte, sorprendentemente si accende.

Fase 7 – la sostenibilità

Il tema della sostenibilità, caro ai valori dell’azienda agricola, è stato interpretato non tanto nei suoi requisiti energetici, che pur ci sono, ma soprattutto nell’uso esclusivo di materiali naturali e riciclabili e nel perseguimento della politica del kilometro zero per la filiera di produzione.

Questo approccio ha riguardato non solo il reperimento dei materiali da costruzione e di finitura, tutti provenienti da produzioni del circondario, ma anche la scelta di fornitori e mano d’opera locale, al fine di contribuire allo sviluppo del territorio e della sua economia, che peraltro è una delle finalità della già citata Fondazione La Raia.

Crediti fotografici Luigi Bartoli, Gabriele Leo, Fondazione La Raia

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Luogo

Novi Ligure (AL), Italia

Committente

privato

Durata

2013 - 2014

Superficie costruita

1.000 mq interni, 5.000 mq spazi esterni

Luogo

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